La palude dei fuochi erranti
Rizzoli, 2019
pagine 224 - 18,00 €

Anno del Signore 1630. Il villaggio di Lancimago, ai margini di vaste plaghe acquitrinose, abitato da contadini che lavorano terreni di proprietà di un’abbazia e di un signorotto locale, ascoltano con angoscia le notizie della peste che si avvicina. I monaci decidono di prepararsi al peggio e fanno predisporre una grande fossa per le eventuali vittime dell’epidemia; ma durante i lavori vengono alla luce numerosi scheletri che recano segni di brutale violenza.
Dopo quei macabri ritrovamenti, mentre in loco è giunto monsignor Diotallevi, inviato dal Commissario Apostolico per allestire i cordoni sanitari atti a contenere il contagio, nelle paludi nebbiose, nei campi e nelle boscaglie circostanti cominciano a succedere cose inquietanti, a partire dal manifestarsi di fuochi che, sospesi nell’aria, si muovono nella notte, e da segni che fanno pensare all’azione degli untori, i malvagi propagatori della peste. Quei fenomeni, che sembrano opera del Demonio, riportano alla mente di Diotallevi terrori mai superati e lo costringono ad affrontare i propri ricordi e le proprie paure per cercare di capire cosa stia succedendo, mentre un forestiero che si autodefinisce “scienziato” perlustra e sonda incessantemente i terreni della zona in cerca di qualcosa di segreto e di importante.
Sarà con l’aiuto di una donna processata in passato per stregoneria, di un frate che cerca nella fede ritrovata di scontare il proprio passato di boia, e di una ragazzina che vive su un albero fin da quando, anni prima, vi è salita per sfuggire a una sorta di incubo collettivo, che il monsignore comincerà a capire che quella comunità, sospesa tra religiosità e superstizione e tormentata da difficoltà materiali, da terrori ancestrali e dalla sopraffazione dei potenti, sta subendo un disegno che sarà difficile contrastare, così come sarà arduo distinguere, in quel clima angosciante di paura e di mistero, il naturale dal soprannaturale, i giusti dai rei, i carnefici dalle vittime.