L'uomo nero e la bicicletta blu
Einaudi Stile Libero Big, 2011, pp. 280, € 17,50

Gigi ha dieci anni e vive in un paesino della campagna romagnola. E’ il 1963, e quel piccolo mondo non è ancora stato travolto dai grandi mutamenti che il boom economico porta con sé. E’ un microcosmo affollato di figure comiche e singolari, di personaggi sgangherati eredi di una lunga tradizione letteraria di «folli» della pianura (la Tugnina che in ogni fiaba, anche quelle in cui stona, mette il feroce Uomo Nero; Il Morto, dato per defunto dopo un’alluvione e ricomparso; la Rospa, che in seguto a un’esplosione decolla e atterra sul tetto del pollaio); un panorama umano che ben si intona alla famiglia del piccolo protagonista: il nonno che non vede l’ora di impugnare la doppietta, il babbo che si ingegna senza successo a mantenere la famiglia con un lavoro non più remunerativo, la mamma che adora i santini e la pace domestica, il fratellino egoista e calcolatore.
Poi arriva Allegra, bella e diversa, ed entra nei sogni di Gigi al pari della bicicletta blu che il bambino vorrebbe comprare col ricavato di mille improbabili lavoretti.
E’ un mondo a volte crudo ma pieno di magia, confinato entro stretti orizzonti ma teatro ugualmente di avventure, disavventure e sorprese, quello in cui Gigi vive di immaginazione, di piccole astuzie e di forti sentimenti.
Poi un giorno, all’improvviso, succede qualcosa di drammatico che manda in pezzi la tranquillità, gli equilibri e l’apparente armonia del villaggio, e Gigi capirà che l’Uomo Nero non esiste solo nelle fiabe. Così quel meraviglioso e terribile 1963 diventa l’anno in cui tutto cambia, e per sempre.
Un romanzo che svela il triste spegnersi della luce dorata dell’infanzia, e insieme ne mantiene lo splendore. Come riesce solo ai grandi narratori, Baldini ci fa vedere il mondo con il gusto dell’ironia e dell’iperbole e con lo stupore di un bambino fantasioso e disperato, costretto a inventarsi ogni giorno il proprio posto nel mondo. Ci fa ridere di cuore.
Ma ci fa anche commuovere e rabbrividire per come racconta la fatica e il dolore di dover crescere in fretta, la crudele indifferenza del destino e l’agghiacciante banalità del male.